Serata in memoria del Vajont 2013....

 

Venerdì 19 Aprile il CRAL Farrese ha voluto ricordare il 50° anniversario del Vajont con una serata dedicata al compaesano Guido Dolce, attraverso la testimonianza delle persone sopravvissute alla catastrofe e con la mostra "Vajont 1963-2013" curata da Mario Battiston (informatore della memoria).
Ospiti d'onore e protagonisti della serata sono stati Rino Dolce (figlio di Guido), Arnaldo Olivier e Giuseppe Vazza (sopravvissuti alla catastrofe).

Il pubblico numeroso e attento ha occupato tutti i posti disponibili nella sala delle ex scuole di Farra.
Tra i presenti anche il Sindaco di Mel Stefano Cesa, l’assessore alla cultura nonché vice Sindaco Silvia Comel e Lanfranco Da Canal (nel 1963 sul luogo del disastro come volontario Scout).
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La serata è iniziata con il ricordo di Guido Dolce attraverso le parole commosse di Rino (all'epoca quattordicenne), è proseguita con la presentazione del materiale in mostra a cura di Mario Battiston
e la successiva proiezione del film documentario "Vajont '63 - Il Coraggio di Sopravvivere", al quale è seguita la testimonianza di Arnaldo e Giuseppe.
A concludere la serata lo spazio riservato alle domande del pubblico e il rinfresco finale durante il quale è stato possibile visitare la mostra e approfondire i temi con i presenti.
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La serata nel dettaglio:

 

Per segnalare eventuali inesattezze o integrare gli argomenti scrivete a: .webmaster@cralfarrese.it..

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Ricordo di Guido Dolce:

Guido Dolce (classe 1910 residente a Farra di Mel) lavorava come muratore per conto della ditta Monti che nel 1963 stava ultimando le lavorazioni alla diga. Il cantiere sorgeva a ridosso della costruzione e alloggiava 54 persone. Il 9 ottobre l’onda sorprese gli operai nel sonno, le opere umane vennero completamente distrutte eccetto la diga che perse solo la strada di coronamento…
del cantiere invece non restò più traccia…

Rino Dolce, all’epoca quattordicenne, ha condiviso i ricordi del periodo sia precedente che successivo alla scomparsa di Guido: "mio papà era rimasto a casa circa un mese per via di un dolore a una spalla ma poi aveva deciso di provare a tornare a lavorare, così il 7 ottobre ottenne il permesso dal medico e l’8 di buon mattino si recò al lavoro. Prese la corriera per Belluno, quella per Longarone e infine raggiunse il cantiere dove prese servizio nel pomeriggio".
La catastrofe si compì mercoledì 9 ottobre alle 22:39 e con Guido Dolce perse la vita anche Angelo Pino Centore di Trichiana… i loro corpi non furono più ritrovati…

L’indomani assieme all’onda di piena che si riversò sul Piave arrivarono le prime frammentarie notizie e con esse l’illusione che a cedere fosse stata la diga; "io ero relativamente tranquillo perché il cantiere dove lavorava mio papà era in posizione rialzata e quindi doveva essere salvo, pertanto mi recai regolarmente a scuola mentre mia mamma cercava invano di mettersi in contatto via telefono".
In realtà la valle di Longarone era completamente isolata dal resto d’Italia, le telecomunicazioni (telefono e telegrafo) furono spazzate via così come un tratto di 2 Km della linea ferroviaria Belluno-Calalzo e 4 Km della statale n°51 di Alemagna; con esse ponti, tralicci dell’elettricità e qualsiasi altra infrastruttura. Le uniche notizie arrivavano da radiogiornali e quotidiani.
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"il ricordo che ho del periodo successivo alla morte di mio padre è legato agli elicotteri che prima di allora non si erano mai visti e che vennero impiegati per raggiungere le località isolate, soccorrere i superstiti e recuperare le salme. Da allora, ogni volta che ne vedo uno, la mente mi riporta a quel periodo. E' opinione comune che l'elicottero del SUEM sia fonte di turbamento nelle persone perchè si pensa subito a qualche disgrazia, per me invece non è così perchè inconsciamente penso che stanno andando a salvare qualcuno e che forse fra quelli c'è mio papà... la mia vita dopo il Vajont non è stata più la stessa".

L’ultimo commosso ricordo di Rino è per l’impegno concreto degli Scout (dei quali faceva parte) e di 5 suoi amici che da subito accorsero a Longarone per rendersi utili nelle operazioni di soccorso.
I 5 Scout erano: Veniero Galvagni, Gioachino Lot, Renzo Camin, Ivo Camin e Lanfranco Da Canal (quest'ultimo presente tra il pubblico in sala). Gli Scout provenienti da tutta Italia furono impiegati nel recupero delle salme, assistenza al censimento e sepoltura delle vittime, assistenza presso i luoghi di ricovero dei superstiti. L’Associazione Scout Cattolici Italiani venne premiata dal governo con una medaglia di bronzo al valor civile che fu consegnata proprio a Rino Dolce Scout del Gruppo Mel 1 che aveva perso il padre nella tragedia...

Recentemente un’altra importante testimonianza è stata resa da Alfredo Barp amico e collega di Guido. L'intervista è stata raccolta da Sergio Cugnach e pubblicata sia sul settimanale "L’AZiONE" che nel mensile "L’ombra" (potete leggere gli articoli qui sotto cliccando le relative immagini).
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Gli informatori della memoria:

Mario Battiston abita a Trichiana, da anni è impegnato come informatore della memoria e guida nella diffusione della conoscenza della tragedia Vajont.
Gli informatori prestano servizio come guide nelle visite ai luoghi della memoria che comprendono: la diga e la frana, le frazioni colpite, la chiesa del Michelucci, il cimitero delle vittime e gli altri luoghi simbolo della tragedia.
I volontari illustrano con competenza e passione la vicenda Vajont con l'intento di trasmettere la memoria del terribile evento insegnando alle nuove generazioni il rispetto per la natura e per l'uomo.
La loro opera iniziata intorno al 2000 non si limita ad accompagnare i visitatori ad esempio lungo il coronamento della diga ma è tesa ad informare correttamente riguardo all'intera vicenda Vajont;
per questo i volontari vengono supportati da Pro Loco Longarone e Fondazione Vajont attraverso corsi di formazione tesi ad assicurare una conoscenza più ampia e completa del delicato argomento.

Questo importante servizio in 10 anni ha permesso di portare sulla diga circa 500000 visitatori, con essi la necessità di gestire l'afflusso e la richiesta di forze nuove. Recentemente è stato fatto un corso di abilitazione per una sessantina di persone provenienti non solo dal Longaronese o dalla Valcellina ma anche da altre parti della provincia con grande soddisfazione per gli organizzatori soprattutto per la presenza di molti giovani.

Due i percorsi guidati di cui si può fruire:
- il primo dura 40 minuti circa, si svolge lungo il coronamento della diga e consente di conoscere come
..è nata la tragedia, i soprusi commessi dalla SADE fino agli ultimi attimi prima della tremenda notte;
- il secondo di circa 3 ore tocca i luoghi simbolo del disastro del Vajont e consente di approfondire la
..storia dell’intera vicenda.

Per informazioni su disponibilità, orari o prenotazioni consultate i link qui sotto.
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Mostra "Vajont 1963-2013":

Dal 19 al 25 aprile le ex scuole a Farra di Mel hanno ospitato la mostra "Vajont 1963-2013" curata da Mario Battiston. La mostra vuole rappresentare la situazione immediatamente successiva al disastro del 9 ottobre 1963 attraverso le informazioni fornite dagli organi di stampa dell’epoca.

Per le nuove generazioni non è semplice immaginare la reale situazione dell’informazione nel 1963.
Oggi viviamo in un mondo in cui le distanze si sono ridotte, le possibilità di comunicare si sono moltiplicate, chi vuole può essere sempre raggiungibile o connesso a internet.
Nel 1963 c’erano 2 soli canali (RAI); nei primi giorni la notizia del Vajont tenne banco sui notiziari del pomeriggio e della sera, ma senza alcun accenno alle possibili responsabilità.

Nei titoli dei giornali del 1963 si legge unanime lo sgomento per il numero delle vittime e l’amara rassegnazione dell’unica testata che aveva in parte previsto la portata della catastrofe grazie alla voce di Tina Merlin che informava gli italiani sulla reale situazione nella valle del Vajont.
Le testate giornalistiche dei maggiori quotidiani dell’epoca (una ventina in mostra fedelmente riprodotte su pannelli) offrono una fotografia tanto spietata quanto reale di come le informazioni fossero legate a interessi privati o di partito. Esempi eclatanti sono le denunce delle responsabilità contenute negli articoli della Merlin prontamente utilizzati per alimentare accuse e denunce nei suoi confronti e la sorte toccata al giornalista Armando Gervasoni (Gazzettino di Venezia) trasferito all'inizio del 1963 "per ordini dall'alto" dalla redazione di Belluno a quella di Rovigo in seguito all'uscita di un articolo che metteva in luce i retroscena che avevano permesso l'avanzamento dei lavori nel bacino.
Successivamente Tina Merlin scriverà: "Gervasoni era al corrente come me della situazione, ma non poteva scriverla sul suo giornale... si porterà nel cuore fino alla morte il rimorso di aver accettato le regole del suo padrone al posto di quelle della sua coscienza..."
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Tutte le testate tranne l’Unità preferirono dunque limitarsi all'aspetto umano e per certi aspetti "retorico" della vicenda. Gli approfondimenti sulle responsabilità oggettive furono trascurati a favore dell'imprevedibilità dell'accaduto. Uno degli insegnamenti che si possono trarre dalla "questione Vajont" è l’esistenza di un legame indissolubile fra interessi privati e negazione dei diritti del cittadino attraverso la manipolazione delle informazioni.
La mostra "Vajont 1963-2013" è itinerante e verrà esposta in luoghi e tempi diversi (dal 28 maggio al 28 giugno è visitabile nelle sale dell'Archivio di Stato a Belluno); ciascuno può leggere gli articoli del ’63 e confrontarli con ciò che ora sa di questa tragedia.

L’orientamento della stampa servì forse a preparare il terreno per qualcos’altro?!

Nelle settimane successive delle vittime e dei sopravvissuti non venne più data menzione. Solo in occasione del processo finale il giornalismo italiano si rimise in moto, senza mai prendersi però la briga
di fare indagini approfondite, accontentandosi di riportare la notizia "tra le righe", come per un normale fatto di cronaca. La stampa internazionale invece (Times, Bild, Le Monde, New York Times, ecc.) riferì con ampiezza di particolari le rivelazioni dell'Unità.
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I 50 anni trascorsi sono serviti a far affiorare i gravi errori commessi, soprattutto per comprendere tutte le dinamiche della disgrazia e comporre il quadrodi una "questione Vajont" tutt’ora scomoda e che alcuni preferirebbero dimenticare.
La verità è che, particolarmente questa storia, va prima compresa poi imparata e infine ricordata allo scopo di evitare simili catastrofi, per restituire dignità ai superstiti e per redimere una vergognosa pagina della storia d’Italia.
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L'Unesco ha dedicato l’anno 2008 al Pianeta Terra (International Year of Planet Earth) e agli appelli per lo sviluppo armonico con gli ecosistemi. Nell'occasione ha stilato la classifica Universale dei 5 peggiori esempi di gestione del territorio e dell'ambiente... in quella classifica il Vajont è al 1° posto...
"La presuntuosa e maldestra opera dell'uomo è riuscita a scatenare quanto la natura, da sola, non sarebbe mai stata capace di fare."
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Vajont 1963 - Il Coraggio di Sopravvivere:

"Quando stan scavando, ho sempre l’impulso di dover andare a vedere cosa stanno scavando… forse c’è qualcosa di mio, forse c’è qualcosa della mia casa..."
"Mi sono svegliata praticamente in piedi... il rumore che si sentiva sul monte... era proprio dentro, un rumore incredibile e si rimane paralizzati proprio senza la capacità di muoversi in un primo istante..."
"Dopo le prime salme non avevo coraggio di continuare, poi la speranza di trovare mia sorella, mia mamma, i nonni e le altre persone care mi dava la forza, ma a un certo punto hai la sensazione di essere una bestia: più ne vedi e meglio è... perché maggiore era la possibilità di trovarli..."

Il Coraggio di Sopravvivere è un documentario straordinario e sconvolgente basato sulle testimonianze dei sopravvissuti (vittime e soccorritori) con decine di storie individuali meritevoli di essere raccontate. Contiene materiale di repertorio in gran parte inedito (riprese Vigili del Fuoco) che in alcuni passaggi possono turbare lo spettatore per le immagini crude girate durante il recupero, l'estrazione e la difficile identificazione dei cadaveri straziati.

"Vicino all’acqua del fiume Maè, proprio nel greto... una giovane donna aveva addosso soltanto il cinturino del reggiseno... non aveva nessun vestito, come del resto tutti, tutti erano completamente nudi... non so se sia stata l’acqua o l’aria... lo spostamento d’aria che li ha spogliati completamente, era una donna in procinto di partorire... fu una scena aggiacciante..."
"I nostri soldati dopo i primi giorni hanno cominciato ad avere difficoltà: o non volevano venire o non volevano essere davanti a individuare morti: vomitavano, non mangiavano... era micidiale la reazione di quei soldati ventenni nel vedere un disastro così grande..."
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Il tema centrale del documentario è la persistenza dei ricordi e del dolore con le conseguenze psicologiche e patologiche sulle persone sopravvissute.

"La depressione, i sensi di colpa, le paure... paura quando vedevo dei sacchi di immondizie per esempio... scappavo da questi... dei sensi di colpa mi attanagliavano..."
"L’incubo ricorrente che ho tuttora è quello di ritrovarmi in un paese di cui non conosco la lingua, senza documenti e so solo il mio nome... mio marito mi deve svegliare perché ogni volta è traumatico... è un sogno che adesso si ripete solo 3-4 volte l’anno per fortuna..."
"I superstiti sono finiti quasi tutti dal neurologo a curarsi perché... la notte... gli incubi... i morti che salivano le scale e ti dicevano: dovevi esserci anche tu..."

Il Coraggio di Sopravvivere - prodotto da "VeniceFilm Production" e "Sky-Fox Channels Italy" per la regia di Andrea Prandstraller e Michele Barca, è stato trasmesso il 10 ottobre 2008 sul canale "History Channel". E' stato premiato come miglior documentario dell'anno agli "SKY TV AWARDS 2008" e per la miglior regia al "JADE KUNLUN AWARDS 2010".

"Arrivata a metà del corridoio, ho sentito il tonfo, la casa ha tremato e mi è arrivata la sberla dell’acqua... giravo in una spirale poi l’acqua è cominciata a calare... mi son messa a urlare, a chiamare aiuto e ho sentito che dicevano: «le urla vengono da questa parte!!»; mi han tirato fuori,
mi hanno posato a fianco della casa e poi pian piano hanno tirato fuori il resto della famiglia...
"

"L’ingegnere era alloggiato da mia nonna e prima di partire, quando aveva finito il suo lavoro le disse: si ricordi bene signora, la diga terrà perché è fatta a regola d’arte però la montagna cederà e voi farete la fine dei topi..."
"La mattina dopo c’era il lago pieno, si vedevano materassi, suppellettili, legna e in mezzo cadaveri... erano impressionanti i corvi... questi corvi che non ho mai più sopportato da quel giorno... Abbiamo trovato la bambina di 6 mesi, ripescata sotto Belluno a Limana nell’acqua ancora col braccialettino col nome e cognome al polso... abbiamo trovato il bambino di 10 anni e mio zio... quando l’hanno sepolto mia mamma diceva: quello lì non è mio fratello... d’altra parte erano deformati e tanti irriconoscibili..."
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Il documentario, oltre che dei sopravvissuti, propone le storie di alcuni dei soccorritori ai quali è toccato l'ingrato compito di assistere a quell'orrore che li ha segnati per il resto della vita e che in un certo qual modo li avvicina ancor di più alle persone che hanno aiutato.

"Ci hanno mandato subito con l’ambulanza alla volta di Longarone perché se l’acqua vien da là, qualcosa è successo, ci sarà bisogno di un’ambulanza, ci saran feriti... subito si pensava a feriti non a quello che poi abbiamo visto... arrivati a Faè ci siamo dovuti fermare perché la strada non c’era più..."
"Non si sapeva cos'era successo, si sentiva sotto i piedi acqua e fango, ogni tanto si sentiva un botto sulla carrozzeria della macchina, si andava a tastoni e ci si trovava per le mani qualche cadavere..."
"All’alba si è visto bene la grande buca che ha scavato l’acqua e questo spettrale panorama con la sabbia sopra e più niente in piedi, è come quando una bomba di grosso calibro esplode e poi attorno il silenzio, il grande silenzio, la morte, il vuoto..."
"Di ogni cadavere registravano una scheda con le fotografie del morto e tutti i dati perché chi cercava i propri parenti e non li trovava potesse esaminarli, poi hanno aperto una sala della Prefettura di Belluno con dei grandi tavoli su cui si accumulavano queste schede ed era una cosa pazzesca...
era una specie di mostra dell’orrore umano come a me non era mai successo di vedere.
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"I superstiti a volte erano infuriati con i giornalisti, perché li vedevano come l’espressione di un’Italia che non aveva saputo evitare questo diluvio universale e gli tiravano pure le pietre."

Non si può comprendere la tragedia umana del Vajont (soprattutto successiva) senza ascoltare il punto di vista dei sopravvissuti. Questo documentario va assolutamente visto (è reperibile su internet a 10€).
A impressionare maggiormente sono i racconti delle persone relativi: al rumore, al vento, all'acqua, al fango, alla solitudine, ai terribili sogni, alle paure, all'odissea per il risarcimento dei danni sia dei pochi che hanno tenuto duro fino in fondo che dei molti raggirati e liquidati con quattro soldi.
In mezzo a tutto ciò l'infamia di essere additati come nullafacenti, ubriaconi e miliardari...

"Quando sono arrivata sopra colle Vienna ho visto che c’era tutto un ghiaione e basta… tutto bianco… è stato come un colpo di spugna…"
"Ho sentito il letto che si è piegato, avevo l’impressione che ci fosse un buco e che ci stessi cadendo dentro... il problema è che è stato trovato e riconosciuto solo mio papà, degli altri non so niente...
li ho cercati per tanto tempo... a dire la verità io continuo a cercarli...
"
"Ricordo di essermi trovato su una piana, perché altro non si può definire, a pancia in giù e riuscivo ad alzare un pò la testa, ma non sapevo dov’ero... i miei genitori non sono stati trovati, mio zio e altri parenti sono andati nelle sale in cui c’erano le foto ma non sono riusciti a trovarli… noi dormivamo praticamente a fianco, c’era una paretina che ci separava, eppure… non so perchè..."
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L'ultimo capitolo del documentario si intitola: "Il silenzio e la parola": il silenzio durante gli anni della ricostruzione e la parola che alcuni hanno saputo ritrovare per dire che non hanno dimenticato e che non si deve dimenticare.

"Per tanti anni abbiamo taciuto il Vajont, abbiamo parlato poco... la gente ha lavorato... lavorato per ricostruire tenendosi dentro evidentemente la propria storia."
"Immancabilmente ogni giorno che faccio questa strada io guardo la natura, guardo il Piave e penso a loro, immancabilmente ogni volta; l’ho accettato perché so che deriva da questo trauma... da queste emozioni talmente forti che abbiamo avuto che siamo ancora bravi ad essere così e portare avanti la nostra vita... quello si, siamo ancora bravi... io penso agli altri quelli che non son capaci di formulare le proprie emozioni e… siete bravi tutti..."
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Arnaldo Olivier e Giuseppe Vazza:

Al termine della proiezione si sono riaccese le luci e il pubblico ha spontaneamente sfogato i propri sentimenti con un lungo e caloroso applauso al quale sono seguite le testimonianze dirette di Arnaldo e Giuseppe sopravvissuti alla catastrofe.
Entrambi di Castellavazzo abitavano nella parte di paese che è stata distrutta dall'onda del Vajont.

Arnaldo Olivier quella notte era in casa:
"il rumore che precedette l'onda è una cosa che ricordo benissimo, ma che non so descrivere...
l'acqua invece riempì la casa in un attimo, mi sollevò assieme a tutto ciò che c'era nella stanza...
il gorgo che ne seguì mi mandò a sbattere a destra e sinistra bevendo a più riprese e senza alcuna possibilità di capire dov'ero.
L'acqua così com'era entrata cominciò ad uscire facendo risucchio e portandosi fuori tutto... così mentre mi
stava portando all’esterno mi ha scaraventato contro qualcosa di solido che era rimasto in piedi e mentre cercavo disperatamente di aggrapparmi, da sotto mi è arrivato addosso qualcosa che non so come sono riuscito ad afferrare... poteva essere una trave o altro e invece era mia mamma...
Passata l'acqua ci ritrovammo bloccati nel fango a ridosso del muro, ma entrambi vivi.
Ci tirarono fuori i compaesani scampati al disastro perchè l'acqua non aveva raggiunto le loro case.
"

Giuseppe Vazza quella notte era andato al bar con gli amici per vedere la partita:
"siamo usciti in strada... le case sembrava stessero per crollare... la terra tremava sotto i piedi...
quel rumore ti entrava nel corpo fino a farti scoppiare la testa... ho visto le luci di Longarone scomparire come una mitragliata, una cosa impressionante, non capivo cosa stava succedendo...
Poi sono stato investito dal vento e dall’acqua che mi ha riportato su verso il paese da dove arrivavo

Mi è andata bene perché un amico era nelle mie stesse condizioni e mi ha aiutato a risollevarmi, così
assieme abbiamo raggiunto una strada laterale un attimo prima che arrivasse l’onda grossa
che poi è arrivata fino al centro del paese.
Verso le 6 con le prime luci abbiamo provato a guardare ma non si vedeva niente per la nebbia...
Poco dopo abbiamo capito che non era nebbia, era un'unica distesa di fango e ghiaia...
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Arnaldo e Giuseppe hanno poi raccontato alcune vicende relative al periodo successivo il disastro e in particolare la fatica di sopravvivere a fronte della "giustizia" che lo Stato ha riservato ai superstiti.
"Qualche giorno dopo il disastro è arrivato Giovanni Leone all'epoca Presidente del Consiglio dei Ministri e noto avvocato penalista... prima di ripartire il vicesindaco di Longarone gli aveva detto: «Eccellenza guardi che noi non siamo qua che vogliamo vendetta ma giustizia si la vogliamo» e lui ha risposto perentoriamente: «Giustizia sarà fatta»...
mi ricordo queste parole perché son cose… come il rumore di quella sera, fanno rumore anche queste frasi… quel signore là nel 1969 al processo de L'Aquila era l’avvocato difensore dei responsabili della tragedia… e nel 1963 ci aveva promesso giustizia
..."

Giovanni Leone...
una volta caduto il suo Governo divenne avvocato difensore dell'ENEL e fece bene il suo sporco lavoro perchè trovò "cavilli e codicilli" che permisero di non risarcire i parenti sopravvissuti di circa 600 vittime in base all'art.4 del codice civile sulla "commorienza" (se padre e figlio muoiono insieme l'eredità non si trasmette e quindi nulla è dovuto ai nipoti).
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"Di lavoro facevo il macellaio e fui aiutato a rimettere in funzione velocemente l'attività perchè c'era bisogno di rifornire gli abitanti dei paesi rimasti in piedi ma tagliati fuori perchè non c'erano più strade. Dopo qualche tempo mi arrivarono da pagare delle bollette dall'ENEL relative al periodo in cui non avevo potuto consumare energia perchè il vecchio negozio era stato distrutto. Le bollette erano relative al costo fisso del contatore che era stato spazzato via con tutto il resto la notte del 9 ottobre e che io non avevo disdetto... Non pagai per principio e allora cominciarono ad arrivare conti sempre più salati con penali e messa in mora fino al taglio dei fili...
alla fine per poter lavorare misi da parte l'orgoglio, mandai giù anche questa ingiustizia e pagai.
.."

La campagna mediatica... e la "transazione" dell'ENEL
Mentre la stampa unanime scriveva sui giornali che era stata una disgrazia naturale per la quale l'uomo non aveva alcuna responsabilità e che i superstiti erano fomentati da "sciacalli comunisti" da "additare al pubblico disprezzo" perchè speculavano sul dolore e sui morti, l'ENEL per evitare di risarcire un migliaio di persone avviò con gli aventi diritto la cosiddetta "transazione".
Un pool di avvocati andava di casa in casa a convincere la gente ad accettare l'offerta: "Se fate causa all'Enel tenete presente che perderete senz'altro perchè la disgrazia non era prevedibile e l'ENEL è un colosso, ma possiamo metterci d'accordo per evitare spese a entrambi".
Alcuni per 7 parenti e la casa rasa al suolo ottennero "ben" 6 milioni (equivalenti a 45.000€ del 2002). Gli avvocati invece percepivano per ogni transazione firmata un compenso di 5 milioni, spesso molto più di ciò che venne dato ai parenti delle vittime...
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"Ho perso 12 parenti il 9 ottobre... mi proposero di evitare la Causa Civile e di rinunciare a tutti i miei diritti di rivalsa nei confronti dell'ENEL a favore di una "transazione" immediata (soldi subito) basata su un tariffario stilato dall'ENEL in funzione al grado di parentela con le vittime... per mia sorella mi offrirono 600.000£... tanto per intenderci con 400.000 all'epoca si acquistava mezza vacca..."

Tariffario risarcimento vittime stabilito dall'ENEL (febbraio 1968)...
Perdita coniuge = 3 milioni di lire
Per un figlio unico = 2 milioni
Con altri due figli = 1,5 milioni
Con altri tre figli = 1 milione
Al figlio minorenne per la perdita di un genitore = 1,5 milioni
Al figlio maggiorenne non convivente per la perdita di un genitore = 1 milione
Al fratello convivente = 800mila
Al fratello non convivente = 600mila
Al nipote, nonno, zio anche se convivente = 0 (zero) grazie alla legge sulla "commorienza"

"Io non ho accettato e anche se con molte difficoltà sono andato a l'Aquila per assistere al processo, però la maggior parte delle persone si è fatta convincere per vari motivi: rassegnazione, ignoranza, paura e soprattutto bisogno..."

Il 94% dei superstiti accettò la transazione. Il 6% che rifiutò l'accordo aveva una situazione economica meno disperata, poteva permettersi di aspettare o di accollarsi l'onere per le spese legali. Delle persone che non firmarono alcune hanno ottenuto in seguito più di chi aveva transato, ma altri devono ancora concludere la causa e altri ancora per errori di trascrizione dei giudici sono perfino stati condannati al pagamento delle perizie e delle spese legali.
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"C'è poi tutta la questione legata alla vendita delle licenze, attraverso la "legge Vajont n.357/1964"...
il business che di fatto mise in moto l'economia di tutto il Triveneto.
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Le licenze e la legge Vajont...
Alcuni "intermediari" si presentarono ai proprietari delle licenze usate nelle attività lavorative e offrirono loro quattro soldi per acquistarle (raramente più di 50.000 lire)...il premio agli intermediari per ogni licenza acquisita era di 5 milioni...
I legittimi proprietari firmando quel pezzo di carta rinunciavano a contributi a fondo perduto pari a diverse centinaia di milioni che spesso diventavano miliardi...

Alcuni esempi:
Giacomo Solari da Longarone (commerciante di legname) vendette la sua licenza alla fonderia "Industrie meccaniche" di Alano di Piave che ottiene per la "riattivazione" un miliardo e 125 milioni di Lire.
Fedele Olivato da Longarone (calzolaio) vendette la sua licenza alla "Tegola inglese" di Trichiana
aperta nel 1966 per fabbricare tegole in cemento e ottiene per la riattivazione oltre 200 milioni di Lire.
Gli eredi di Mario Celso da Longarone (calzolaio morto quella notte) vendettero la sua licenza alla fabbrica di compressori "Zanussi" di Mel che ottiene 3 miliardi di lire per la riattivazione.
La cartiera di Verona ottiene 9 miliardi e 920 milioni. Il cementificio di Cadola 2 miliardi 323 milioni.
Alla Filatura del Vajont andarono 3 miliardi, alla Faesite compensati un miliardo e 226 milioni.

L'altro Vajont...
Le folli operazioni commesse dalla SADE prima del 9 ottobre sono state scoperte, altro che "NATURA MALIGNA": fatti e responsabilità sono stati chiariti e così saranno consegnati alla storia.
Lo spettacolo "orazione civile" di Marco Paolini li spiega benissimo.
C'è però un Vajont che mai nessuno ha raccontato: è la storia di come lo Stato si comportò con i superstiti, di come riuscì a fare un business anche della disgrazia, di come in nome del Vajont venne pianificato lo sviluppo industriale del Triveneto con leggi per elargire miliardi ad aziende e privati che non centravano nulla e di come invece si trovarono cavilli legali per liquidare con quattro soldi chi aveva perso tutto, casa, affetti e persino ricordi.

Su internet esistono molti siti che trattano questi argomenti in modo chiaro e a questi vi rimandiamo per ogni approfondimento. Nel caso vi avessimo incuriosito potete trovarli con qualsiasi motore di ricerca digitando le parole "legge commorienza", "transazione Vajont", "legge Vajont".
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Le manifestazioni del 50° anniversario:

 

Nell'anno del 50° anniversario del Vajont molteplici sono le iniziative nate per commemorare il disastro e per informare tutte le persone che lo desiderano.

Le iniziative sono patrocinate dai Comuni di Castellavazzo, Erto Casso, Longarone
e Vajont unitariamente impegnati nelle celebrazioni del 50° anniversario della catastrofe del 9 ottobre 1963, con la collaborazione con la Fondazione Vajont.

Sul sito www.vajont50.it è disponibile l'elenco di tutte le manifestazioni.
Per accedere alla pagina cliccate questo link oppure il logo qui a destra.

 

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Per saperne di più:

La serata del 19 aprile è stata l’occasione per ascoltare dalle vive voci dei protagonisti il racconto della fatica di andare avanti, del percorso fatto per convivere con situazioni di una crudezza inimmaginabile e della parziale liberazione nello sfogo dei propri ricordi.
La catastrofe Vajont presenta molte sfaccettature che meritano di essere approfondite.
Sul tema oltre a film e documentari esiste una nutrita letteratura facilmente reperibile che riportiamo per conoscenza in questo elenco:
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Esiste infineuna miriade di siti internet sull'argomento.
Riportiamo alcuni link sperando di non far torto agli esclusi.

Sito ufficiale a cura del Comune di Longarone

Museo del Vajont a cura della Proloco Longarone

Testimonianze dei sopravvissuti a cura dell'associazione "Comitato per i sopravvissuti del Vajont"

Note sulla frana del Monte Toc a cura del Parco naturale Dolomiti friulane

Vajont 50° Anniversary a cura dei Comuni di Castellavazzo, Erto e Casso, Longarone e Vajont

Tariffario offerte risarcimento dall'archivio del CORRIERE DELLA SERA

Vajont, due volte tragedia a cura di Lucia Vastano

 


Per segnalare eventuali inesattezze o integrare gli argomenti scrivete a:
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